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Non esiste solo la decorazione dei soffitti o quella parietale…
Un tappeto sfavillante di colori: il pavimento cosmatesco
di Bianca Gioia
“Ho trovato Roma di mattoni e l’ho lasciata di marmo”, così era solito dire l’imperatore Cesare Augusto. In effetti, la conquista di Roma del bacino del Mediterraneo aveva fatto conoscere la varietà dei marmi colorati: quello giallo antico proveniente dalla Tunisia, quello bianco ed il rosso porfido erano conosciuti in Turchia, e dalla Grecia provenivano i marmi rossi, verdi e neri. Ma era l’Egitto a essere la regione più ricca di marmi colorati, fornendo il granito nelle sue tonalità di rosso, grigio e nero. Di conseguenza, Roma fu rifatta in marmo per diventare la città più meravigliosa del mondo allora conosciuto. Quante volte, entrando in una chiesa, siamo rimasti a bocca aperta di fronte alla grandezza e allo splendore dell’arte che ci circonda ma non ci siamo resi conto di quali altre meraviglie si trovano sotto i nostri piedi. È il caso dei mosaici cosmateschi, la cui ricchezza e varietà sembra contrastare con la rigorosa semplicità dell’architettura romanica nella quale sono solitamente inseriti, e che - nonostante il degrado inevitabile prodotto dal trascorrere dei secoli - ci lasciano ancora senza fiato con la loro straordinaria bellezza. Il termine cosmatesco deriva da Cosmas, il nome di uno dei membri delle famiglie di artigiani attivi nel corso del XII e XIII secolo in Italia arrivato probabilmente da Bisanzio, e indica un tipo di decorazione policroma caratterizzata dall’uso di piccoli e sottili tasselli di marmo e pasta vitrea (solitamente triangoli e quadrati) che venivano arrangiati in composizioni con larghi dischi e strisce per creare motivi geometrici. La tecnica consisteva nella realizzazione di una base in cemento nella quale prima venivano collocati i tasselli più grandi del motivo decorativo e poi si riempivano gli spazi vuoti con tarsie in modo tale da incastrarsi perfettamente. Questo tipo di decorazione s’ispira in modo evidente a motivi arabi in quanto i disegni geometrici, molto colorati, richiedono un impegno non comune data la loro realizzazione con tasselli a volte piccolissimi. E se è vero che la decorazione geometrica è diffusa in tutte le culture e in tutti i periodi, i Cosmati sono riusciti a creare uno stile decorativo unico e originalissimo nel suo genere. Infatti, usando tessere di soli quattro colori (cioè rosso, verde, bianco e giallo) e combinandole in svariate forme, hanno decorato pavimenti, altari e facciate di più di cento chiese. I pavimenti cosmateschi sono fra gli esempi più noti dell’impegno artistico dei marmorari romani e il loro stile ebbe delle imitazioni anche in luoghi molto lontani dal Lazio, diffondendosi addirittura anche all’estero. Basti pensare che nel 1268 la famiglia dei Cosmati fu chiamata da Enrico III, l’allora re d’Inghilterra, a realizzare nella prestigiosa abbazia di Westminster il pavimento in tessere marmoree posto davanti all’altare maggiore. A Roma e dintorni, lo stile cosmatesco fu utilizzato fino al XV secolo e gli altissimi livelli artistici di questi maestri sono testimoniati da moltissime opere. Un aspetto interessante dei pavimenti cosmateschi è la varietà delle forme geometriche impiegate, come se i maestri marmorari avessero voluto dimostrare la loro maestria nel pavimentare il piano. Questi artigiani ricavavano il marmo staccandoli dai monumenti o dalle colonne degli edifici e li ricomponevano per formare i loro motivi geometrici. Del resto, l’uso di materiali di spoglio era una pratica consueta dal momento che spesso si utilizzavano come cave veri e propri monumenti della Roma antica. Ad esempio, i cerchi utilizzati nelle fasce sono porzioni di antiche colonne marmoree. Le forme che si vedono nei pavimenti non sono altro che quadrati, rombi, rettangoli, esagoni, ottagoni, cerchi e la cosiddetta vesica piscis, vale a dire un ovale di forma appuntita formato dall’intersezione di due circonferenze. Spesso alcune di queste forme derivano da altre: il rombo è creato da due triangoli equilateri, dalla divisione di un quadrato lungo una delle sue diagonali si generano due triangoli, un rettangolo è formato dall’unione di due quadrati. La caratteristica principale di un pavimento cosmatesco è indubbiamente l’elemento lineare che percorre tutta la navata centrale, attraversa il coro e giunge direttamente all’altare. Il tipo più semplice è detto guilloche ed è costituito da una serie di rotae, ossia di cerchi, in porfido tra loro concatenate da strisce di mosaico che si alternano con fasce di marmo bianco. Un altro schema molto comune per la parte entrale del pavimento cosmatesco è quello detto quinconce,caratterizzato da un quadrato che racchiude una rota centrale circondata da altre quattro rotae, tutte collegate da nastri di mosaico e fasce di marmo. I marmi utilizzati per la produzione di questi splendidi tappeti erano in genere il rosso porfido, il verde antico (assieme alle altre varietà quali il serpentino ed il cipollino), il giallo antico, il pavonazzetto, il nero lumachella, il broccatello e il bianco statuario: come si vede, sono tutti colorati in quanto il colore aveva il ruolo di catturare lo sguardo dell’osservatore. Uno dei principali elementi presenti in un pavimento cosmatesco è la rota porfiretica, ossia il grande disco di porfido verde o più spesso rosso e che in tale contesto era quello maggiormente carico di simbolismi. Infatti, fin dall’epoca di Costantino il colore porpora è legato sia all’idea di regalità sia al cerimoniale connesso alle incoronazioni. L’uso che i Cosmati fecero delle rotae, sia isolate che composte nello schema del quinconce, risente forse delle complicate cerimonie legate alla consacrazione di nuove basiliche, molto frequenti nel XIII secolo. Infatti, la sezione centrale ed i quinconce avevano la doppia funzione di concentrare l’attenzione sulla processione dedicatoria ed in particolare sul vescovo e di indicare al celebrante e al suo seguito le tappe da fare e la disposizione da rispettare. Inoltre il motivo lineare che percorre la navata centrale definisce lo spazio non solo come elemento architettonico, ossia un corridoio, ma anche come passaggio simbolico, vale a dire il percorso che il cristiano deve compiere a mo’ di pellegrinaggio prima di poter salire al Regno dei Cieli. Purtroppo a causa dei numerosi sacrilegi, saccheggi crolli e devastazioni cui molte chiese sono state soggette, gran parte di questi pavimenti marmorei sono andati distrutti. Nonostante ciò, anche se gran parte di questi non sono originali, continuano ad abbagliare con il loro splendore e la loro vivacità e ricchezza di colore. Molto spesso sono nascosti alla nostra vista dalla presenza di sedie o banconi per i fedeli che partecipano alle liturgie ma mi sia consentito di rivolgere un appello a voi che mi state leggendo: ogni volta che entrate in una chiesa, abbassate lo sguardo ed ammirate la bravura e la maestria di questi artigiani della pietra di cui spesso non si conosce neppure il nome.
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Quando i Papi avevano paura di morire troppo presto
Fino al 1064 raramente superavano i 10 anni di Pontificato
di Giovanni Zucconi
Nel giugno del 1064, Pier Damiani, un grande teologo cattolico, protagonista della grande riforma della Chiesa avvenuta alla metà dell’ XI secolo, stava meditando su un curioso problema: perché i Papi muoiono sempre entro poco tempo? La domanda gli era stata posta da Papa Alessandro II, che aveva notato che i suoi predecessori erano tutti morti dopo 4 o 5 anni dopo l’elezione al soglio di Pietro. Preoccupato, chiese al saggio Pier Damiani il perché di questa coincidenza. Il Cardinale va negli archivi pontifici, legge il Liber Pontificalis, che descrive la cronologia dei vari pontificati, da San Pietro in poi, e scopre che nessun Papa, dopo San Pietro, ha raggiunto i 25 anni di papato che la tradizione assegna al primo Pontefice della Storia. 25 anni non sono pochi, soprattutto per quell’epoca, ma Pier Damiani scopre che vivono tutti molto meno a lungo. I Papi hanno tutti vita breve. Che siano giovani o che siano vecchi al momento dell’elezione, molto raramente superano i 10 anni. Per Alessandro II la scoperta è naturalmente scioccante. Come affrontarla, ma soprattutto quale significato si nasconde in questa ricorrenza statistica? Pier Damiani toglie ogni speranza al Papa, e interpreta il tutto come un disegno divino: “la Provvidenza favorisce, generalmente presto e generalmente di morte naturale il Papa, per indurre nei fedeli il timore della morte. A partire proprio dal vertice della Chiesa in modo che sia disprezzata la gloria della vita temporale”. E’ una posizione che va al di la della semplice risposta alle paure di Alessandro II. Fa vedere sotto una luce completamente diversa tutta la politica della Chiesa di Roma negli anni in cui il Papato afferma con forza la propria supremazia, in cui rivendica, in ogni parte del mondo, il primato nelle faccende spirituali e, in alcuni aspetti, anche in quelle temporali. In un momento in cui il Papa viene chiamato primo tra gli uomini, re dei re e principe degli imperatori, proprio in quei anni, dati storici alla mano, Pier Damiani gli rammenta che è anche servus servorum dei, servo dei servi di Dio. Può anche parlare con Dio, ma rimane polvere e cenere. Questa idea di una speciale brevità di vita della persona del Papa rimarrà a lungo nella mente dei cristiani, anche quando i dati storici smentiranno questo concetto. Ma rimane un idea particolarmente significativa da studiare, e fa emergere uno dei tanti punti di forza della Chiesa vista come istituzione storica. La Chiesa è guidata da una serie ininterrotta di Papi, ma non è mai stata identificata in nessuno di esso. Ci sono stati imperi giganteschi che non sono sopravvissuti ai loro creatori. L’impero di Alessandro Magno e di Gengis Khan, tanto per fare due esempi, sono scomparsi insieme ai loro artefici dopo poco tempo. Mentre, citando la madre del Marchese del Grillo: "…E quel Napoleone che, tanto piace a te e ai tuoi amici, finirà presto o tardi gambe all'aria. E ricorda: morto un papa se ne fa sempre un altro…"
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Il bello della brutta copia: il ruolo della carta nello sviluppo culturale italiano nel medioevo
di Ignazio Burgio (www.cataniacultura.com)
Il XIII secolo vede in Italia la nascita pressoché improvvisa di una letteratura in volgare già molto matura e raffinata nella quale non solo la poesia raggiunge livelli già eccelsi, ma anche la prosa narrativa, ed in minor misura anche quella scientifica, si dimostrano di altissima qualità. Quali i motivi di questa spettacolare esplosione culturale ? I classici fattori socio-economici (lo sviluppo delle città, di una borghesia mercantile colta “consumatrice” di opere nuove ed antiche, ecc.) sembrano insufficienti a rispondere esaurientemente a questa domanda. Il fatto è che non è stato adeguatamente considerato fino ad ora il ruolo svolto da un fattore, molto più materiale ma straordinariamente potente dal punto di vista intellettuale e culturale: la grande disponibilità di un supporto di scrittura economico come la carta. Inventata nel 105 d. C. dal dignitario di corte cinese Ts'ai Lun, si diffuse pian piano per più di un millennio in tutto l'Estremo Oriente e nel mondo musulmano giungendo fino in Europa attraverso la Spagna e la Sicilia e mutando nel contempo anche le materie prime e le tecniche di produzione. A differenza, infatti, della carta cinese che veniva fabbricata anche con i più svariati materiali (riso, bambù, gelso, bozzoli di bachi da seta e persino muschio ed alghe), la carta araba (seguita poi da quella europea) venne prodotta sin dall'inizio utilizzando esclusivamente gli stracci di lino e di canapa. Il procedimento di lavorazione prevedeva - in poche parole - la sfilacciatura e la macerazione degli stracci immersi in acqua fino ad ottenerne un impasto omogeneo. Dopodiché vi si immergeva un setaccio a maglie fini che lasciando filtrare l'acqua tratteneva le fibre macerate, le quali formavano così un foglio con la forma del telaio. Gli stessi fogli venivano quindi pressati, asciugati (al sole o contro il muro di una fornace) e ricoperti di una pellicola di amido di riso per renderli più reattivi agli inchiostri. Pare che già intorno al 1100 nella Penisola qualche fabbrica di carta svolgesse la sua attività in quei centri che commerciavano con i paesi arabi, come ad esempio Amalfi. In ogni caso è proprio dalla seconda metà del XII secolo (probabilmente dal 1173) che iniziò la produzione della carta nella celebre città marchigiana di Fabriano grazie forse ad alcuni maestri artigiani arabi. Questa città rimase fino al Rinascimento il centro principale di produzione della carta in Italia ed in Europa, anche se di lì a poco tempo altre località seguirono il suo esempio (come Genova e Bologna a partire dal 1200). E' stato stimato che nel corso del secolo successivo, il XIV, nella città marchigiana venivano prodotti anche un milione di fogli l'anno, mentre i guadagni furono tali da consentire agli artigiani di aprire altre cartiere in Emilia ed in Toscana. Quando la carta nel XII secolo cominciò a diffondersi nella penisola provocò importanti trasformazioni e non solo in campo strettamente letterario. Già gli scrittori arabi, parlando ad esempio delle città siciliane, attribuivano alla grande abbondanza di libri poco costosi - proprio perché prodotti con carta, anziché con la preziosa pergamena - il merito di avere promosso gli studi e le opere di filosofi, matematici, astronomi sia antichi che contemporanei. Dall'altro versante, quello dei lettori, molta più gente, anche di ceto non elevato, veniva invogliata dal gran numero di libri in circolazione ad alfabetizzarsi. Si spiega in tal modo dunque la grande fioritura culturale che avvenne in tutto il mondo arabo (Sicilia e Spagna comprese) sin dal secolo IX. Ed ugualmente lo stesso identico motivo - l'abbondanza e l'accessibilità economica del supporto cartaceo - può spiegare come mai solo nel XIII secolo si arrivò ad avere anche in Italia una rinascita poetica, letteraria e culturale, in quanto strettamente connessa con lo sviluppo delle cartiere di Fabriano. Nonostante ciò la carta fino all'invenzione della stampa venne considerata da molti un elemento troppo fragile e deperibile, e per le opere ed i libri più importanti continuò ad essere preferita la pergamena. Ma proprio questo suo aspetto fragile, dozzinale e poco estetico, costituì paradossalmente il fattore più potente per il progresso letterario e culturale dell'uomo medioevale e moderno, in quanto portò all'"invenzione" della brutta copia. I monaci amanuensi scrivevano di norma direttamente in bella copia, con molta pazienza ed attenzione. Se capitava loro di sbagliare - e doveva succedere frequentemente - per tentare la cancellazione avevano a disposizione la pietra pomice ed anche un altro attrezzo, il “rasorium”, per raschiare la pergamena. Ma erano sempre operazioni delicate di cui non sempre ci si fidava come testimoniano spesso gli eleganti tratti di penna per cancellare intere parole. O ancora come provano le cosiddette glosse, cioè i periodi inseriti nei margini del foglio ad opera non solo di successivi lettori a mo' di commento (il caso più frequente), ma a volte del medesimo amanuense reo di qualche dimenticanza. A parte le cronache storiografiche e le pratiche amministrative, erano d'altra parte ben poche le occasioni (ed il tempo) di scrivere qualcosa di originale, e l'impossibilità di "sprecare" fogli rafforzava questo modo di pensare finendo col dare valore solo alle opere antiche, da curare e ricopiare costantemente. Il fenomeno delle glosse, o in altre parole, dei commenti e delle riflessioni che nel corso del tempo mani anonime annotavano in margine ai fogli, sono anche il segno di un pensiero che nell'Alto Medioevo trovava poco sfogo specialmente da parte di tutti quei lettori - e dovevano esservene tanti! - presi dal desiderio di scrivere. A partire dal XII secolo la carta, fragile, precaria, imperfetta, spesso anche scura e brutta, divenne il più prezioso e potente strumento di tutti quegli alfabetizzati, più o meno dotati di talento, che aspiravano a vergare qualcosa, qualsiasi cosa, seria o umoristica, sacra o profana, rispettosa o irriverente, profonda o leggera, senza paura di rovinare preziosa pergamena e dunque di sprecare soldi. Era proprio la scarsa considerazione di questo materiale scrittorio che invogliava oratori e aspiranti poeti, eclettici colti e persone comuni a consumare fogli per scrivere e correggere fino a strappare la carta, sapendo che in ogni caso quelle brutte copie erano destinate ad una misera fine. I più dotati di talento naturalmente riuscirono a raffinare talmente i loro componimenti su quelle effimere minute da meritarsi la fama in vita e la gloria per i secoli successivi. Tutti quei limiti, insomma, che i preziosi fogli di pergamena imponevano agli scrittori, con la carta svanirono tutti. I componimenti potevano essere prodotti in un tempo più breve senza l'obbligo di prestare un'attenzione certosina ai fogli. Le forme espressive, di correzione in correzione, potevano essere più perfezionate e variate, ed anche la lingua venne potenzialmente coinvolta in una rapida evoluzione in tutti i suoi aspetti. Le riflessioni ed i concetti potevano finalmente essere allargati ed approfonditi, mentre la mente umana sempre più libera dalla necessità di tenere tutto a memoria poteva definire sempre maggiori dettagli del mondo reale, filosofico e spirituale senza perdere di vista il quadro generale ed i principi guida. Quei miseri fogli di carta fatti di stracci vecchi diventarono l'estensione della corteccia cerebrale ed il più potente strumento di elaborazione culturale della nascente civiltà umanistica. L'invenzione della stampa a caratteri mobili in Germania a metà del XV secolo ebbe infine l'effetto di amplificare enormemente la diffusione di libri sempre più economici, e quindi anche del potenziale mercato dei consumatori e dei produttori di cultura. Ma tanto la produzione letteraria di intrattenimento, poetica o narrativa, quanto quella saggistica e scientifica, si servì, anche nei secoli successivi, sempre della carta per venire alla luce. I poeti, gli storici, i filosofi, gli scienziati continuarono a correggere e ricorreggere i loro pensieri su quegli umilissimi fogli volanti di brutta copia fino a farne le vette più alte della poesia e della prosa come noi li conosciamo oggi nella loro versione definitiva. Soltanto da pochi decenni i programmi informatici di videoscrittura ("word processor") e lo sviluppo di Internet stanno cambiando il modo di produrre la letteratura e la maniera di distribuirla ai lettori, facendo in tal modo concorrenza alla carta e alla stampa. Probabilmente allora non è sbagliato pensare che si stia chiudendo un'era e se ne stia aprendo un'altra.
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Filippo Tommaso Marinetti, il profeta dell’avanguardia che inventò il futurismo
di Vittoria Carulli
E’ passato un secolo dalla pubblicazione del “manifesto futurista” di F.T. Marinetti apparso sul “Le Figarò” Il futurismo straordinario movimento d’avanguardia artistica del primo ‘900 demonizzato e condannato a un lungo periodo di ostracismo e rimozione totale, dalla maggior parte della cultura italiana del secondo dopoguerra contraria e ostile alle correnti avanguardiste ne seppe apprezzare serenamente la figura poliedrica di Marinetti che comprese cento anni fa che il mondo stava cambiando, si configurava una società diversa fatta di immagini e di grande comunicazione in cui l’arte doveva adeguarsi e rispondere alle esigenze di una civiltà avviata verso la massificazione e che doveva fare i conti con il nuovo: i costumi,la pubblicità e perfino con la politica spettacolo: Il leader futurista capì con grande anticipo che il mondo si rinnovava, l’avvento della fotografia, della radio, del telefono dei trasporti sempre più veloci rimpiccioliva la terra favorendo i contatti tra i popoli, si affacciava alla ribalta del mondo una nuova cultura, non più legata al passato e in grado di creare nuovi linguaggi nella letteratura, nelle arti figurative, nell’architettura, nella musica, nel cinema e nel teatro. Si doveva realizzare un’avanguardia totalizzante che potesse esprimere novità. Nel 1909 decise, quindi, di pubblicare il famoso manifesto del futurismo sul parigino Le Figarò e a seguirlo solo un gruppetto di poeti: Palazzoli, Govoni, Cavacchioli, Buzzi e Altomare; ma presto il progetto si trasformò in un vero e proprio movimento a cui aderirono i pittori: Russolo, Carrà, Severini, Boccioni e Balla e in seguito tanti altri, architetti come Sant’Elia ed esponenti del teatro e del cinema. L’utopistica “ricostruzione futurista dell’universo” attraverso tutti gli aspetti della vita, dalla moda alla politica, alla pubblicità. Questa la grande intuizione di Marinetti che utilizzò strumenti di propaganda inconsueti per l’epoca. Gestì il futurismo come un manager fa con una grande impresa utilizzando strumenti di propaganda e diffusione come volantini, striscioni, manifesti. Inventò la “serata futurista”, incontri-scontri con il pubblico nei teatri della maggiori città italiane e francesi e influenzò molti artisti in tutto il mondo. Avventurosa la sua vita, nacque ad Alessandria d’Egitto il 22 dicembre del 1876 da madre milanese e padre vogherese in una bella casa affacciata sul mare e la sua giovinezza la trascorse in un collegio francese, da qui la sua cultura cosmopolita, era conosciuto infatti come un poeta franco-italiano. Viaggiò molto per promuovere il suo movimento Dopo la Grande Guerra costituì anche un partito futurista il cui programma era molto avanzato per quei tempi sognò anche una rivoluzione tutta italiana che avrebbe condotto al potere il “proletariato dei geniali”, ma i suoi programmi non si realizzarono e così finì con l’aderire un po’ riluttante al fascismo con la speranza che il futurismo fosse riconosciuto come Arte di Stato. Ma l’avanguardia non era certo, l’espressione estetica più idonea ad un partito totalitario, il quale esigeva disciplina e ordine. Marinetti, l’uomo dalle mille contraddizioni, anarchico, dissacratore dell’arte, geniale è e resterà il creatore delle “parole in libertà”, l’ideatore di un movimento che ancora oggi fa discutere e a cui si sono ispirati altri movimenti come il dadaismo e il surrealismo. Contemporaneo di Apollinaire, Braque, Picasso, di Jarry, con il quale condivise l’idea anarchica e paradossale e di Lautrèamont dal quale aveva assorbito la violenza dell’immaginazione ma, rispetto agli anticipatori del surrealismo, si distinse per un intuito profetico di più vasto orizzonte, in una consapevole, totalizzante concezione della modernità., La sua nuova filosofia estetica ha dato l’avvio alla grande pittura futurista artisti come Boccioni, Balla, Depero Dottori , Fillia e tanti altri in tutto il mondo dipinsero i loro capolavori, oggi contesi dai più prestigiosi musei d’arte contemporanea. Marinetti amava la tecnologia e tutto ciò che era nuovo, considerava l’automobile da corsa più bella della Nike di Samotracia, spostava il bello dal campo dell’arte a quello della tecnologia. L’ampio impegno di creare una comunicazione tra arte e vita ha creato la lunga attualità del futurismo così ha scritto il critico Maurizio Calvesi riferendosi al movimento marinettiano. “L’arte e gli artisti rivoluzionari al potere” urlava Marinetti nel 1920 e fu certamente la frase che ispirò André Breton a dire “l’immaginazione al potere” poi finita nel ’68 sui muri della Sorbona durante la contestazione giovanile e tutti i comportamenti spettacolari dei contestatori derivano dal precedente futurista, dadaista e surrealista dell’esperienza politica come esperienza dell’esaltazione estetica della rivoluzione. (“ Canteremo –dice il manifesto del futurismo- le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne”). Disprezzo dell’accademismo, dei lenoni, dei moralismi, amore per il nuovo per quello che doveva venire, tutto questo fu questo Movimento nato esattamente il “o febbraio del 1909.
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Dalla Terra alla Luna – Quarant’anni dopo
di Francesco Bonaventura
Il 20 luglio 1969, “l’Uomo”: Neil Armstrong, metteva per la prima volta il piede sulla Luna! Quel primo passo apriva l’esplorazione del cosmo, anche se rappresentò momentaneamente anche la fine della corsa alla Luna. Tre anni dopo con l’Apollo 17, si concludevano le missioni umane con obiettivo il nostro satellite che ritornava a essere il romantico astro celeste di poeti e romanzieri. Le ricerche spaziali si indirizzavano su altri corpi celesti e USA e URSS tornavano a gareggiare verso Venere, Marte, Mercurio e Giove e oltre..verso il Sole; l’uomo ormai navigava nello spazio con gli Shuttles americani e le stazioni orbitanti sovietiche. Ma poi nelle imprese spaziali si unirono altri 14 Paesi per il lancio nello spazio di una Stazione Spaziale Internazionale (ISS), con un equipaggio di sei astronauti, (l'Italia è il terzo Paese per partecipazione alla ISS, ricordiamo i nostri astronauti: Umberto Guidoni, Roberto Vittori, Paolo Nespoli) . A questa impresa, seguì nel 1986 la messa in orbita della Sovietica “MIR” che progettata per un’operatività di cinque anni fu molto più longeva e finì la sua vita nel 2000. Nel frattempo la piattaforma Shuttle aveva mostrato alcuni limiti di operabilità e forse per questo nel diciamo ” lontano 2001” (Il tempo per la tecnologia corre molto in fretta!) Il Presidente G.W. Bush chiese alla NASA di considerare un nuovo grande progetto di colonizzazione della Luna. Progetto molto ambizioso, tutto da definire ma che ha riportato il nostro satellite al centro della politica spaziale internazionale, nell’ottica di costituirvi una base permanente abitata dall’uomo, lo sfruttamento delle risorse naturali lunari e l’avamposto per ulteriori esplorazioni verso gli altri corpi celesti come per esempio Marte “il pianeta rosso” che nella realtà e nella fantasia rimane il principale obiettivo dell’uomo nello spazio a noi più vicino. L’ultimo cambio di guardia alla Casa Bianca, influenzato anche dalla forte crisi economica, ha portato un momento di riflessione verso l’ambizioso progetto, mentre per la Stazione Spaziale Internazionale, pienamente operativa, l’Europa (ripetiamo Italia compresa) ha confermato la volontà di proseguire l’esplorazione del Cosmo guardando a Marte con il programma “EXOMARS” (invio di una sonda/ robot) e continuare l’azione sulla Luna che sta anche attraendo l’attenzione di altre due potenze spaziali (ormai non più emergenti) l’India e la Cina. La prima ha già raggiunto il suolo lunare con la missione “CHANDRAYAAN- I” e la sua sonda “MIP” sta effettuando ricerche geologiche; la seconda non nasconde l’obiettivo di portare nel 2020 un “taikonauta” (termine cinese per astronauta, derivante dalla parola Tai-kong che significa spazio) a piantare la bandiera di Pechino sulla Luna. Il progetto sembra al momento avere più ragioni propagandistiche che scientifiche. Le risorse energetiche lunari che potrebbero interessare si incentrano sull’ Elio-3 (isotopo fondamentale per la fusione nucleare) e se sulla Luna ci fosse la quantità che si ipotizza, si risolverebbe la gran parte del bisogno energetico dell’umanità. Per esempio 20 mila kg. di Elio-3, ovvero il carico di uno Shuttle, una volta portati sulla Terra, potrebbero soddisfare il fabbisogno energetico di USA o Europa per un anno...e stiamo parlando di “energia pulita”! Il progetto della colonizzazione della Luna è ambizioso..... ma la posta in gioco è altissima. Tutto questo è sicuramente lo scenario futuristico che richiederà un immane sforzo tecnologico con obiettivi e tempi diversi primo fra tutti quello di costruire direttamente sulla Luna una colonia capace di vivere e produrre. Tutto questo prevederà grandi investimenti in innovazioni tecnologiche che, difficili da valutare nel breve e medio termine, alla fine porteranno grande vantaggio per gli abitanti della Terra e daranno respiro alle risorse del nostro pianeta che stanno soffrendo un intenso sfruttamento. Quanto detto non è lo sceneggiato di un film sono le previsioni dopo 40 anni da quella famosa orma impressa sulla polvere lunare. Sul nostro pallido satellite ci sarà il nostro futuro..sta a noi giocare bene la partita....ci si riuscirà?
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Il Calendario della Cultura
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Appuntamenti con la Cultura
Abbiamo scelto per voi
- Signori di Maremma - Elites etrusche fra Populonia e il Vulcente
Promossa dal Comune di Grosseto e dalla Sovrintendenza per i Beni archeologici della Toscana con il sostegno dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana, l'esposizione, curata dal collezionista Gianfranco Luzzetti, propone oltre duecento pezzi provenienti dai siti archeologici maremmani di Populonia, Vetulonia, Marsiliana d’Albegna, PoggioBuco-Pitigliano e Roselle e conservati per la maggior parte nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. “Signori di Maremma” offre un viaggio tra le vicende di vita e di morte dei Principi Etruschi, durante il periodo di massimo splendore di questa civiltà, detto “Orientalizzante”, compreso tra il VII e il VI secolo prima di Cristo.
Dal 14 giugno al 31 ottobre 2009
Museo archeologico e d'arte della Maremma - Grosseto, Piazza Baccarini, 3
Da martedì a domenica 10.00 – 13.00 e 17.00 – 20.00
Lunedì chiuso
Ingresso: 5 euro (ridotto 2,5 euro)
0564 488750– www.comune.grosseto.it
- Etruscomix
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, propone al pubblico un evento ideato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per l’Etruria meridionale, realizzato con la partecipazione della Regione Lazio, organizzato da Civita e Comicon (Salone Internazionale del Fumetto). Sei fumettisti rievocano con le loro tavole inedite le bellezze di un territorio ricco di storia e suggestioni, l’Etruria. I 6 artisti sono: Francesco Cattani, Marino Neri, Paolo Parisi, Michele Petrucci, Alessandro Rak, Claudio Stassi. Essi hanno concentrato la loro attenzione su tre luoghi: il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, la Necropoli e il Museo di Cerveteri e la Necropoli e il Museo di Tarquinia. Nelle sedi di Cerveteri e Tarquinia, le stesse immagini in mostra a Roma, saranno riprodotte su pannelli ed inserite nei rispettivi musei, nei percorsi di visita. Il libro a fumetti, che raccoglierà le 6 storie inedite di Etruscomix è edito da Black Velvet (costo di copertina €13; nei siti coinvolti €10)
Dal 30 giugno al 25 ottobre 2009
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia - Roma, Piazzale di Villa Giulia
Da martedì a domenica 8.30 – 19.30
Lunedì chiuso
Ingresso: 4 euro (ridotto 2 euro) - E’ possibile visitare la mostra con il biglietto del museo
06 32810 – www.civita.it
- La mente di Leonardo. Nel laboratorio del Genio Universale
Dopo lo straordinario successo riscosso da “La mente di Leonardo” nella sua prima presentazione alla Galleria degli Uffizi (2006) e nei successivi allestimenti in Giappone (a Tokyo, al Museo Nazionale, ebbe quasi novecentomila visitatori in soli tre mesi, risultando la mostra del 2007 più visitata in assoluto nel mondo), in Ungheria e in California, la mostra approda a Roma nella prestigiosa sede di Palazzo Venezia.
Dal 1 maggio al 30 agosto 2009
Museo Nazionale del Palazzo di Venezia - Roma, Via del Plebiscito 118
Da martedì a domenica 10.00 – 19.00
Lunedì chiuso
Ingresso: 9 euro (ridotto 7 euro)
06 32810 – www.civita.it
- Frammenti del passato. Tesori dell'Ager Tiburtinus
Si tratta di una selezione dei ritrovamenti degli ultimi dieci anni nell'"Ager Tiburtinus", insieme alle opere recuperate dalle forze dell'ordine. Molti i pezzi usciti dai magazzini e visibili per la prima volta. L'"Ager Tiburtinus" era una territorio privilegiato per la sua vicinanza a Roma, e divenne ancora più importante dopo che nel 118 Adriano cominciò a progettare e costruire la sua villa imperiale. Ma le ville rurali con un’area per la produzione, le ville residenziali e lussuose dell'"Ager Tiburtinus" erano almeno trecento.
Dal 9 aprile al 1 novembre 2009
Villa Adriana, "Antiquarium" del Canopo - Tivoli
Tutti i giorni dalle 9.00 ad un ora prima del tramonto
Ingresso: 10 euro (ridotto 6,75 euro)
06 39967900 – www.pierrec.it
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Bar Mezzopane
Ricevitoria
Tabacchi
Sala da The
Gelateria
Via Settevene Palo, 167 - Cerveteri
06-9943459 - (Fax 06-99552694)
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