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Da riscoprire e da salvare
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I tesori sconosciuti da salvare: le storiche farmacie delle erbe
Viaggio nelle botteghe dell’alchimia: le antiche spezierie
di Bianca Gioia
 Non so se avete presente Severino, il padre erborista dell’abbazia nel romanzo “ Il nome della rosa”: illustrando a Guglielmo da Baskerville le proprietà delle piante che per secoli hanno rappresentato i principali rimedi contro le malattie, sosteneva che “ con le radici dell’acetosella si curano i catarri, con decotto di radici di althea si fanno impacchi per le malattie della pelle, con la lappa si cicatrizzano gli eczemi, triturando e macinando il rizoma della bistorta si curano le diarree e alcuni mali delle donne, la lippia è un buon digestivo, la farfara va bene per la tosse, e abbiamo della buona genziana per digerire, e della glycyrrhiza, e del ginepro per farne un buon infuso, il sambuco da farne con la corteccia un decotto per il fegato, la saponaria da macerarne le radici in acqua fredda per il catarro, e la valeriana di cui certo conoscete le virtù”.  Fino all’Ottocento, quasi tutti i monasteri avevano la spezieria, una bottega dove si vendevano medicamenti naturali. Riservata ai frati oppure aperta al pubblico, era gestita dallo speziale, profondo conoscitore di erbe medicinali e radici che era solito ricercare nell’orto o nella campagna circostante. Poi, in un laboratorio pieno di alambicchi e mortai, essiccava e conservava le piante officinali o preparava unguenti, sciroppi, infusi, miscele e composti vari. Dopo l’unità d’Italia, questi laboratori furono smantellati e dei loro preziosissimi arredi e corredi si perse ogni traccia. C’è però ancora qualche monastero dove il tempo sembra essersi fermato e i locali delle antiche spezierie sono lì, intatti e immutati, con le loro preziose testimonianze storiche e artistiche. Alcuni di questi confezionano tuttora efficaci preparazioni erboristiche, mentre in altri è rimasta attiva solo la distilleria e la vendita di liquori tonici e digestivi. Sono luoghi silenziosi, ricchi di fascino che attraggono il visitatore e gli trasmettono calma e serenità. Visitare una spezieria è una cosa unica nel suo genere non solo per l’atmosfera che si respira ma anche perché gli infiniti particolari con le differenti sfumature di colore mostrano delle vere e proprie opere d’arte e fanno sentire gli aromi sprigionati dagli antichi vasi. Addentrandomi nei vicoli di Trastevere, provo tante piacevoli sensazioni: le viuzze di questo rione hanno un fascino intenso e singolare sia perché sono ricche di memoria storica sia perché sono scampate miracolosamente alle  numerose ristrutturazioni urbanistiche, conservando ancora le abitudini di una città più piccola. Passeggiando con il naso all’insù, infatti, non è raro vedere i panni stesi su fili che inesorabili corrono da un lato all’altro della via. Ma ci sono anche angoli immutati da secoli di cui molte persone non sono a conoscenza. Uno di questi si trova al primo piano del convento dei Carmelitani Scalzi, sopra la farmacia: si tratta dell’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala. Ho ancora vive nella memoria le suggestioni provate qualche anno fa quando ci sono entrata: il percorso dalla routine quotidiana alle sale storiche di quel luogo è stato come una portentosa macchina del tempo che velocemente mi ha catapultato nel passato, immergendomi in un’atmosfera di magico silenzio che si è rotto solo con il rumore della chiave girata nella serratura per aprire la porta che nasconde questo splendido e inaspettato tesoro. L’interno è un meraviglioso colpo d’occhio: l’odore di bacche, erbe e radici è ancora lì come un tempo, intrappolato dalle venature del legno di sandalo e noce di cui sono fatti gli armadi e gli scaffali sui quali sono ordinatamente disposti ricettari ed erbari, vasi preziosi ancora pieni di liquidi e rimedi, e alambicchi e ampolle pulitissimi che sembrano essere pronti per filtrare decotti e distillare elisir. Ero talmente immersa in questo particolare clima fuori dal tempo che per un attimo ho avuto l’impressione di vedere comparire da un momento all’altro dietro il bancone di vendita fra’ Basilio, un celebre speziale del Settecento. Ancora oggi si possono acquistare preparati dal nome suggestivo e fantasioso, come ad esempio l’Acqua di Santa Maria della Scala, un rimedio naturale prodigioso contro le emicranie e il mal di denti, oppure i Tronchetti del Bell’Aspetto per combattere i chili di troppo, o le Perle della Saggezza contro lo stress mentale e fisico. La mia passione per le cose naturali e gli elisir mi porta fuori Roma, in provincia di Frosinone: alla Spezieria della Certosa di Trisulti mi attendono cosmetici naturali, tisane e caramelle balsamiche all’eucalipto, elisir e liquori realizzati con erbe della zona, e le Gocce Imperiali, tipica specialità del luogo composta da infusi di varie erbe e capace di lenire molti dolori. Si entra nell’imponente spezieria, un vero gioiello, attraversando quello che un tempo era l’orto botanico e che ora è un giardino  caratterizzato da siepi di bosso, modellate in forme curiose dai monaci. I locali destinati alla vendita mi accolgono con un tripudio di colori: il soffitto e il bancone sono decorati con figure che sembrano ricordare lo stile pompeiano mentre un numero imprecisato di flaconi, ampolle e vasi di terracotta maiolicata (riccamente dipinti con fiori, motti e simboli) riempie gli scaffali di legno risaltando sul fondo azzurro degli armadi a vetri. Contengono medicamenti, droghe e unguenti, così com’è indicato dalle etichette degli ingredienti: leggo nomi familiari, tipo anice oppure olio di mandorle, ma anche esotici, come ad esempio laudano o rabarbaro. Sulle pareti vedo bambini paffuti che giocano alle bolle di sapone e sorrido: in fondo, ogni malattia può essere vinta non solo dalla medicina ma anche dal buonumore. La manutenzione della maggior parte di queste spezierie è affidata ai frati che si occupano di tenerle in ordine e che cercano di proteggere dall’usura del tempo e dall’umidità le vetrine contenenti i ritrovati miracolosi e i macchinari usati nei secoli scorsi dai monaci. E sono proprio i religiosi a lanciare un appello per salvare queste antichissime botteghe: “ Cerchiamo benefattori per poter recuperare e rendere più fruibili questi tesori unici nel loro genere”. Attraverso le donazioni, infatti, si potrebbero trasformare in musei e ristrutturare alcuni ambienti. Il mio itinerario termina qui ma, se come me vi siete lasciati conquistare dai vari prodotti naturali che vi ho suggerito, l’intenso odore delle erbe che si diffonderà nella vostra casa vi consentirà di prolungare ancora un po’ la magia del viaggio.
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Dagli Archivi Segreti del Vaticano: Alcide De Gasperi
Lo Stato al di sopra di ogni cosa, anche della propria fede
 Un politico segue spesso solo le regole e l’etica della politica. Un grande statista, pur essendo necessariamente un politico, governa un popolo secondo l’etica superiore dello Stato. Questa definizione, senza timore di essere smentiti, può essere attribuita ad Alcide De Gasperi. Non voglio fare una biografia del grande politico italiano, ne illustrare le sue iniziative più importanti. In questo articolo voglio solo raccontare due episodi del suo periodo da Primo Ministro, che testimoniano un senso dello Stato e una difesa della dignità delle istituzioni che sono ormai merce rara. Queste vicende sono emerse dalla pubblicazione di alcuni documenti conservati negli Archivi Segreti del Vaticano, e recentemente messi a disposizione degli storici. Premettiamo una cosa conosciuta da tutti. Nelle elezioni del 1948, la Democrazia Cristiana ottenne il 48,5% dei voti, e De Gasperi ebbe l’incarico di capo del Governo. Questa larghissima vittoria fu preparata, supportata e benedetta dall’allora Papa Pio XII. De Gasperi era un cattolico vero, come lo si poteva essere solo in una società poco secolarizzata come quella dell’Italia dell’immediato dopoguerra. Un cattolico praticante ed ubbidiente alla Chiesa e alle sue istituzioni. Un politico che sicuramente sentiva anche la riconoscenza verso le gerarchie ecclesiastiche che avevano permesso il suo trionfo elettorale. Ma tutto questo non gli impediva di sentirsi innanzitutto il Capo del Governo del proprio Paese, e di respingere qualsiasi interferenza o mancanza di rispetto da qualunque parte pervenisse. Anche dal suo Papa. Pio XII provò spesso ad indirizzare le scelte politiche della Democrazia Cristiana, indicando più di una volta le coalizioni governative a lui più gradite, ma De Gasperi fece sempre di testa sua, perseguendo una propria strategia politica. Questo naturalmente non fu mai gradito a Pio XII, che alla prima occasione si vendicò. Nel giugno del 1952, in occasione della consacrazione solenne a suora di sua figlia e dell’anniversario del suo matrimonio, De Gasperi chiese, tramite l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Mameli, un incontro privato al Papa. Pio XII, adducendo motivazioni di opportunità politica, nega inaspettatamente l’udienza. Si rifiuta di incontrarlo anche dopo un intervento diretto di Montini, il futuro Papa VI e grande amico di De Gasperi. Questo atteggiamento fu chiaramente interpretato come conseguenza della freddezza dei rapporti che durava ormai da molto tempo. Ma De Gasperi non volle circoscrivere questo episodio alla sfera strettamente privata. Lui era il Primo Ministro del Governo italiano, e tale doveva essere sempre considerato per garantire il massimo rispetto alle nostre istituzioni. Amareggiato scrive all’ambasciatore Mameli una nota di protesta che io trovo meravigliosa: “…Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio italiano e Ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e della quale non mi posso spogliare anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento…”. Spero che vi sia evidente la differenza con quanto leggiamo oggi nei nostri giornali, dove i politici di turno invocano esattamente il contrario: di scindere in modo netto aspetti privati e Istituzione pubblica. Come se i primi non potessero disonorare o screditare in modo pesante l’altra. Ma forse si sbagliava De Gasperi…  Un altro episodio che voglio raccontarvi è di qualche mese più tardi. Il 13 agosto 1952, De Gasperi ebbe un colloquio riservato con un rappresentante della Santa Sede, Monsignor Pavan. Il tema dell’incontro era esplorare la disponibilità dello statista di fare entrare nel governo i Monarchici. Questo allargamento della coalizione era fortemente caldeggiato da alcuni ambienti cattolici, ma non era gradito al democristiano. Vi risparmio le argomentazioni dei due partecipanti al colloquio. Arrivo direttamente alla domanda di Pavan, che più o meno suonava così: “… e se il Papa si fosse dichiarato contrario e avesse giudicato dannosa per la Chiesa l’azione di governo di De Gasperi?”. Per un “cattolico vero” questa è una domanda molto impegnativa se non si vuole dare una risposta vaga. Lui rispose da vero statista e da vero cattolico, da chi non vuole rinunciare ad essere fedele al suo Papa, ma che nemmeno vuole trascinare le istituzioni laiche dello Stato in un compromesso dettato da esigenze di fede. Ancora una volta trovo mirabile e drammatica la sua replica: “… Se il Santo Padre decide diversamente, in tal caso mi ritirerei dalla vita politica. Sono cristiano, sono sul finire dei miei giorni e non sarà mai che io agisca contro la volontà espressa del S. Padre. Quindi mi ritirerei dalla vita politica, non potendo svolgere un’azione politica in coscienza ritenuta svantaggiosa alla Patria e alla stessa Chiesa. In tal caso altri mi sostituirà…”. Quanta dignità in questo tormento personale, e quanto senso dello Stato. Per fortuna De Gasperi non fu mai messo davanti a questa scelta, ma la sua disponibilità a dimettersi pur di non far ricadere sullo Stato le conseguenze della sua piena e legittima osservanza alla fede cristiana è un esempio di come dovrebbe comportarsi un uomo di governo che ha a cuore il suo Paese. Questo naturalmente dovrebbe valere per tutto: fede, appartenenza politica o sociale, interessi economici e di casta. Ma forse stiamo chiedendo troppo.
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Il bello della brutta copia: il ruolo della carta nello sviluppo culturale italiano nel medioevo
di Ignazio Burgio (www.cataniacultura.com)
Il XIII secolo vede in Italia la nascita pressoché improvvisa di una letteratura in volgare già molto matura e raffinata nella quale non solo la poesia raggiunge livelli già eccelsi, ma anche la prosa narrativa, ed in minor misura anche quella scientifica, si dimostrano di altissima qualità. Quali i motivi di questa spettacolare esplosione culturale ? I classici fattori socio-economici (lo sviluppo delle città, di una borghesia mercantile colta “consumatrice” di opere nuove ed antiche, ecc.) sembrano insufficienti a rispondere esaurientemente a questa domanda. Il fatto è che non è stato adeguatamente considerato fino ad ora il ruolo svolto da un fattore, molto più materiale ma straordinariamente potente dal punto di vista intellettuale e culturale: la grande disponibilità di un supporto di scrittura economico come la carta. Inventata nel 105 d. C. dal dignitario di corte cinese Ts'ai Lun, si diffuse pian piano per più di un millennio in tutto l'Estremo Oriente e nel mondo musulmano giungendo fino in Europa attraverso la Spagna e la Sicilia e mutando nel contempo anche le materie prime e le tecniche di produzione. A differenza, infatti, della carta cinese che veniva fabbricata anche con i più svariati materiali (riso, bambù, gelso, bozzoli di bachi da seta e persino muschio ed alghe), la carta araba (seguita poi da quella europea) venne prodotta sin dall'inizio utilizzando esclusivamente gli stracci di lino e di canapa. Il procedimento di lavorazione prevedeva - in poche parole - la sfilacciatura e la macerazione degli stracci immersi in acqua fino ad ottenerne un impasto omogeneo. Dopodiché vi si immergeva un setaccio a maglie fini che lasciando filtrare l'acqua tratteneva le fibre macerate, le quali formavano così un foglio con la forma del telaio. Gli stessi fogli venivano quindi pressati, asciugati (al sole o contro il muro di una fornace) e ricoperti di una pellicola di amido di riso per renderli più reattivi agli inchiostri. Pare che già intorno al 1100 nella Penisola qualche fabbrica di carta svolgesse la sua attività in quei centri che commerciavano con i paesi arabi, come ad esempio Amalfi. In ogni caso è proprio dalla seconda metà del XII secolo (probabilmente dal 1173) che iniziò la produzione della carta nella celebre città marchigiana di Fabriano grazie forse ad alcuni maestri artigiani arabi. Questa città rimase fino al Rinascimento il centro principale di produzione della carta in Italia ed in Europa, anche se di lì a poco tempo altre località seguirono il suo esempio (come Genova e Bologna a partire dal 1200). E' stato stimato che nel corso del secolo successivo, il XIV, nella città marchigiana venivano prodotti anche un milione di fogli l'anno, mentre i guadagni furono tali da consentire agli artigiani di aprire altre cartiere in Emilia ed in Toscana. Quando la carta nel XII secolo cominciò a diffondersi nella penisola provocò importanti trasformazioni e non solo in campo strettamente letterario. Già gli scrittori arabi, parlando ad esempio delle città siciliane, attribuivano alla grande abbondanza di libri poco costosi - proprio perché prodotti con carta, anziché con la preziosa pergamena - il merito di avere promosso gli studi e le opere di filosofi, matematici, astronomi sia antichi che contemporanei. Dall'altro versante, quello dei lettori, molta più gente, anche di ceto non elevato, veniva invogliata dal gran numero di libri in circolazione ad alfabetizzarsi. Si spiega in tal modo dunque la grande fioritura culturale che avvenne in tutto il mondo arabo (Sicilia e Spagna comprese) sin dal secolo IX. Ed ugualmente lo stesso identico motivo - l'abbondanza e l'accessibilità economica del supporto cartaceo - può spiegare come mai solo nel XIII secolo si arrivò ad avere anche in Italia una rinascita poetica, letteraria e culturale, in quanto strettamente connessa con lo sviluppo delle cartiere di Fabriano. Nonostante ciò la carta fino all'invenzione della stampa venne considerata da molti un elemento troppo fragile e deperibile, e per le opere ed i libri più importanti continuò ad essere preferita la pergamena. Ma proprio questo suo aspetto fragile, dozzinale e poco estetico, costituì paradossalmente il fattore più potente per il progresso letterario e culturale dell'uomo medioevale e moderno, in quanto portò all'"invenzione" della brutta copia. I monaci amanuensi scrivevano di norma direttamente in bella copia, con molta pazienza ed attenzione. Se capitava loro di sbagliare - e doveva succedere frequentemente - per tentare la cancellazione avevano a disposizione la pietra pomice ed anche un altro attrezzo, il “rasorium”, per raschiare la pergamena. Ma erano sempre operazioni delicate di cui non sempre ci si fidava come testimoniano spesso gli eleganti tratti di penna per cancellare intere parole. O ancora come provano le cosiddette glosse, cioè i periodi inseriti nei margini del foglio ad opera non solo di successivi lettori a mo' di commento (il caso più frequente), ma a volte del medesimo amanuense reo di qualche dimenticanza. A parte le cronache storiografiche e le pratiche amministrative, erano d'altra parte ben poche le occasioni (ed il tempo) di scrivere qualcosa di originale, e l'impossibilità di "sprecare" fogli rafforzava questo modo di pensare finendo col dare valore solo alle opere antiche, da curare e ricopiare costantemente. Il fenomeno delle glosse, o in altre parole, dei commenti e delle riflessioni che nel corso del tempo mani anonime annotavano in margine ai fogli, sono anche il segno di un pensiero che nell'Alto Medioevo trovava poco sfogo specialmente da parte di tutti quei lettori - e dovevano esservene tanti! - presi dal desiderio di scrivere. A partire dal XII secolo la carta, fragile, precaria, imperfetta, spesso anche scura e brutta, divenne il più prezioso e potente strumento di tutti quegli alfabetizzati, più o meno dotati di talento, che aspiravano a vergare qualcosa, qualsiasi cosa, seria o umoristica, sacra o profana, rispettosa o irriverente, profonda o leggera, senza paura di rovinare preziosa pergamena e dunque di sprecare soldi. Era proprio la scarsa considerazione di questo materiale scrittorio che invogliava oratori e aspiranti poeti, eclettici colti e persone comuni a consumare fogli per scrivere e correggere fino a strappare la carta, sapendo che in ogni caso quelle brutte copie erano destinate ad una misera fine. I più dotati di talento naturalmente riuscirono a raffinare talmente i loro componimenti su quelle effimere minute da meritarsi la fama in vita e la gloria per i secoli successivi. Tutti quei limiti, insomma, che i preziosi fogli di pergamena imponevano agli scrittori, con la carta svanirono tutti. I componimenti potevano essere prodotti in un tempo più breve senza l'obbligo di prestare un'attenzione certosina ai fogli. Le forme espressive, di correzione in correzione, potevano essere più perfezionate e variate, ed anche la lingua venne potenzialmente coinvolta in una rapida evoluzione in tutti i suoi aspetti. Le riflessioni ed i concetti potevano finalmente essere allargati ed approfonditi, mentre la mente umana sempre più libera dalla necessità di tenere tutto a memoria poteva definire sempre maggiori dettagli del mondo reale, filosofico e spirituale senza perdere di vista il quadro generale ed i principi guida. Quei miseri fogli di carta fatti di stracci vecchi diventarono l'estensione della corteccia cerebrale ed il più potente strumento di elaborazione culturale della nascente civiltà umanistica. L'invenzione della stampa a caratteri mobili in Germania a metà del XV secolo ebbe infine l'effetto di amplificare enormemente la diffusione di libri sempre più economici, e quindi anche del potenziale mercato dei consumatori e dei produttori di cultura. Ma tanto la produzione letteraria di intrattenimento, poetica o narrativa, quanto quella saggistica e scientifica, si servì, anche nei secoli successivi, sempre della carta per venire alla luce. I poeti, gli storici, i filosofi, gli scienziati continuarono a correggere e ricorreggere i loro pensieri su quegli umilissimi fogli volanti di brutta copia fino a farne le vette più alte della poesia e della prosa come noi li conosciamo oggi nella loro versione definitiva. Soltanto da pochi decenni i programmi informatici di videoscrittura ("word processor") e lo sviluppo di Internet stanno cambiando il modo di produrre la letteratura e la maniera di distribuirla ai lettori, facendo in tal modo concorrenza alla carta e alla stampa. Probabilmente allora non è sbagliato pensare che si stia chiudendo un'era e se ne stia aprendo un'altra.
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Filippo Tommaso Marinetti, il profeta dell’avanguardia che inventò il futurismo
di Vittoria Carulli
E’ passato un secolo dalla pubblicazione del “manifesto futurista” di F.T. Marinetti apparso sul “Le Figarò” Il futurismo straordinario movimento d’avanguardia artistica del primo ‘900 demonizzato e condannato a un lungo periodo di ostracismo e rimozione totale, dalla maggior parte della cultura italiana del secondo dopoguerra contraria e ostile alle correnti avanguardiste ne seppe apprezzare serenamente la figura poliedrica di Marinetti che comprese cento anni fa che il mondo stava cambiando, si configurava una società diversa fatta di immagini e di grande comunicazione in cui l’arte doveva adeguarsi e rispondere alle esigenze di una civiltà avviata verso la massificazione e che doveva fare i conti con il nuovo: i costumi,la pubblicità e perfino con la politica spettacolo: Il leader futurista capì con grande anticipo che il mondo si rinnovava, l’avvento della fotografia, della radio, del telefono dei trasporti sempre più veloci rimpiccioliva la terra favorendo i contatti tra i popoli, si affacciava alla ribalta del mondo una nuova cultura, non più legata al passato e in grado di creare nuovi linguaggi nella letteratura, nelle arti figurative, nell’architettura, nella musica, nel cinema e nel teatro. Si doveva realizzare un’avanguardia totalizzante che potesse esprimere novità. Nel 1909 decise, quindi, di pubblicare il famoso manifesto del futurismo sul parigino Le Figarò e a seguirlo solo un gruppetto di poeti: Palazzoli, Govoni, Cavacchioli, Buzzi e Altomare; ma presto il progetto si trasformò in un vero e proprio movimento a cui aderirono i pittori: Russolo, Carrà, Severini, Boccioni e Balla e in seguito tanti altri, architetti come Sant’Elia ed esponenti del teatro e del cinema. L’utopistica “ricostruzione futurista dell’universo” attraverso tutti gli aspetti della vita, dalla moda alla politica, alla pubblicità. Questa la grande intuizione di Marinetti che utilizzò strumenti di propaganda inconsueti per l’epoca. Gestì il futurismo come un manager fa con una grande impresa utilizzando strumenti di propaganda e diffusione come volantini, striscioni, manifesti. Inventò la “serata futurista”, incontri-scontri con il pubblico nei teatri della maggiori città italiane e francesi e influenzò molti artisti in tutto il mondo. Avventurosa la sua vita, nacque ad Alessandria d’Egitto il 22 dicembre del 1876 da madre milanese e padre vogherese in una bella casa affacciata sul mare e la sua giovinezza la trascorse in un collegio francese, da qui la sua cultura cosmopolita, era conosciuto infatti come un poeta franco-italiano. Viaggiò molto per promuovere il suo movimento Dopo la Grande Guerra costituì anche un partito futurista il cui programma era molto avanzato per quei tempi sognò anche una rivoluzione tutta italiana che avrebbe condotto al potere il “proletariato dei geniali”, ma i suoi programmi non si realizzarono e così finì con l’aderire un po’ riluttante al fascismo con la speranza che il futurismo fosse riconosciuto come Arte di Stato. Ma l’avanguardia non era certo, l’espressione estetica più idonea ad un partito totalitario, il quale esigeva disciplina e ordine. Marinetti, l’uomo dalle mille contraddizioni, anarchico, dissacratore dell’arte, geniale è e resterà il creatore delle “parole in libertà”, l’ideatore di un movimento che ancora oggi fa discutere e a cui si sono ispirati altri movimenti come il dadaismo e il surrealismo. Contemporaneo di Apollinaire, Braque, Picasso, di Jarry, con il quale condivise l’idea anarchica e paradossale e di Lautrèamont dal quale aveva assorbito la violenza dell’immaginazione ma, rispetto agli anticipatori del surrealismo, si distinse per un intuito profetico di più vasto orizzonte, in una consapevole, totalizzante concezione della modernità., La sua nuova filosofia estetica ha dato l’avvio alla grande pittura futurista artisti come Boccioni, Balla, Depero Dottori , Fillia e tanti altri in tutto il mondo dipinsero i loro capolavori, oggi contesi dai più prestigiosi musei d’arte contemporanea. Marinetti amava la tecnologia e tutto ciò che era nuovo, considerava l’automobile da corsa più bella della Nike di Samotracia, spostava il bello dal campo dell’arte a quello della tecnologia. L’ampio impegno di creare una comunicazione tra arte e vita ha creato la lunga attualità del futurismo così ha scritto il critico Maurizio Calvesi riferendosi al movimento marinettiano. “L’arte e gli artisti rivoluzionari al potere” urlava Marinetti nel 1920 e fu certamente la frase che ispirò André Breton a dire “l’immaginazione al potere” poi finita nel ’68 sui muri della Sorbona durante la contestazione giovanile e tutti i comportamenti spettacolari dei contestatori derivano dal precedente futurista, dadaista e surrealista dell’esperienza politica come esperienza dell’esaltazione estetica della rivoluzione. (“ Canteremo –dice il manifesto del futurismo- le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne”). Disprezzo dell’accademismo, dei lenoni, dei moralismi, amore per il nuovo per quello che doveva venire, tutto questo fu questo Movimento nato esattamente il “o febbraio del 1909.
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Dalla Terra alla Luna – Quarant’anni dopo
di Francesco Bonaventura
Il 20 luglio 1969, “l’Uomo”: Neil Armstrong, metteva per la prima volta il piede sulla Luna! Quel primo passo apriva l’esplorazione del cosmo, anche se rappresentò momentaneamente anche la fine della corsa alla Luna. Tre anni dopo con l’Apollo 17, si concludevano le missioni umane con obiettivo il nostro satellite che ritornava a essere il romantico astro celeste di poeti e romanzieri. Le ricerche spaziali si indirizzavano su altri corpi celesti e USA e URSS tornavano a gareggiare verso Venere, Marte, Mercurio e Giove e oltre..verso il Sole; l’uomo ormai navigava nello spazio con gli Shuttles americani e le stazioni orbitanti sovietiche. Ma poi nelle imprese spaziali si unirono altri 14 Paesi per il lancio nello spazio di una Stazione Spaziale Internazionale (ISS), con un equipaggio di sei astronauti, (l'Italia è il terzo Paese per partecipazione alla ISS, ricordiamo i nostri astronauti: Umberto Guidoni, Roberto Vittori, Paolo Nespoli) . A questa impresa, seguì nel 1986 la messa in orbita della Sovietica “MIR” che progettata per un’operatività di cinque anni fu molto più longeva e finì la sua vita nel 2000. Nel frattempo la piattaforma Shuttle aveva mostrato alcuni limiti di operabilità e forse per questo nel diciamo ” lontano 2001” (Il tempo per la tecnologia corre molto in fretta!) Il Presidente G.W. Bush chiese alla NASA di considerare un nuovo grande progetto di colonizzazione della Luna. Progetto molto ambizioso, tutto da definire ma che ha riportato il nostro satellite al centro della politica spaziale internazionale, nell’ottica di costituirvi una base permanente abitata dall’uomo, lo sfruttamento delle risorse naturali lunari e l’avamposto per ulteriori esplorazioni verso gli altri corpi celesti come per esempio Marte “il pianeta rosso” che nella realtà e nella fantasia rimane il principale obiettivo dell’uomo nello spazio a noi più vicino. L’ultimo cambio di guardia alla Casa Bianca, influenzato anche dalla forte crisi economica, ha portato un momento di riflessione verso l’ambizioso progetto, mentre per la Stazione Spaziale Internazionale, pienamente operativa, l’Europa (ripetiamo Italia compresa) ha confermato la volontà di proseguire l’esplorazione del Cosmo guardando a Marte con il programma “EXOMARS” (invio di una sonda/ robot) e continuare l’azione sulla Luna che sta anche attraendo l’attenzione di altre due potenze spaziali (ormai non più emergenti) l’India e la Cina. La prima ha già raggiunto il suolo lunare con la missione “CHANDRAYAAN- I” e la sua sonda “MIP” sta effettuando ricerche geologiche; la seconda non nasconde l’obiettivo di portare nel 2020 un “taikonauta” (termine cinese per astronauta, derivante dalla parola Tai-kong che significa spazio) a piantare la bandiera di Pechino sulla Luna. Il progetto sembra al momento avere più ragioni propagandistiche che scientifiche. Le risorse energetiche lunari che potrebbero interessare si incentrano sull’ Elio-3 (isotopo fondamentale per la fusione nucleare) e se sulla Luna ci fosse la quantità che si ipotizza, si risolverebbe la gran parte del bisogno energetico dell’umanità. Per esempio 20 mila kg. di Elio-3, ovvero il carico di uno Shuttle, una volta portati sulla Terra, potrebbero soddisfare il fabbisogno energetico di USA o Europa per un anno...e stiamo parlando di “energia pulita”! Il progetto della colonizzazione della Luna è ambizioso..... ma la posta in gioco è altissima. Tutto questo è sicuramente lo scenario futuristico che richiederà un immane sforzo tecnologico con obiettivi e tempi diversi primo fra tutti quello di costruire direttamente sulla Luna una colonia capace di vivere e produrre. Tutto questo prevederà grandi investimenti in innovazioni tecnologiche che, difficili da valutare nel breve e medio termine, alla fine porteranno grande vantaggio per gli abitanti della Terra e daranno respiro alle risorse del nostro pianeta che stanno soffrendo un intenso sfruttamento. Quanto detto non è lo sceneggiato di un film sono le previsioni dopo 40 anni da quella famosa orma impressa sulla polvere lunare. Sul nostro pallido satellite ci sarà il nostro futuro..sta a noi giocare bene la partita....ci si riuscirà?
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Il Calendario della Cultura
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Appuntamenti con la Cultura
Abbiamo scelto per voi
- Caravaggio
In mostra opere tra le più rappresentative dell'artista lombardo come il Bacco dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, Davide con la testa di Golia dalla Galleria Borghese di Roma, I musici dal Metropolitan Museum di New York, il Suonatore di liuto del Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, l'Amor vincit omnia dallo Staatliche Museum di Berlino e altri capolavori dai più importanti musei d'Italia e del mondo. Si tratta di un omaggio all'opera di Caravaggio proprio nell'anno dedicato alle celebrazioni per i quattrocento anni dalla morte del grande pittore lombardo.
Dal 20 febbraio 2010 al 13 giugno 2010
Scuderie del Quirinale - Roma, Via XXIV maggio, 16
Da domenica a giovedì 10.00 – 20.00, venerdì e sabato 10.00 – 22.300
Ingresso: 10 euro (ridotto 7,5 euro)
Informazioni e Prenotazioni 06 39967500 – www.scuderiequirinale.it
- Machina. Tecnologia dell'Antica Roma
Un patrimonio tecnologico di invenzioni e scoperte, realizzate dagli ingegneri dell’Impero Romano, viene raccontato per la prima volta da una grande mostra ospitata dal Museo della Civiltà Romana. E’ esposto un repertorio eccezionale di un centinaio di esempi di macchine tecnologiche, suddivisi in undici sezioni tematiche, dove sono mostrate strutture e meccanismi in scala, perfettamente ricostruiti ex-novo
Dal 23 dicembre 2009 al 5 aprile 2010
Museo della Civiltà Romana - Roma, Piazza G. Agnelli, 10
Da martedì a venerdì 9.00 – 14.00, sabato e domenica 9.00 – 19.00
Lunedì chiuso
Ingresso: 9 euro (ridotto 7 euro)
Informazioni 06 0608– Prenotazioni 331 7659798 – www.museociviltaromana.it
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Bar Mezzopane
Ricevitoria
Tabacchi
Sala da The
Gelateria
Via Settevene Palo, 167 - Cerveteri
06-9943459 - (Fax 06-99552694)
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